L’Arte in Farmacia, in alta definizione e in Paolina Borghese

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

L’arte arriva anche in farmacia

La Cappella degli Scrovegni ad alta definizione 

La risposta era… Paolina Borghese come Venere vincitrice 

Il piccolo libro dei colori 

… e altro (tra parentesi)

Buona lettura 😉

Simone Rega

Dentro il museo. Conoscere a distanza

Arte come antidoto. E infatti la troviamo anche in farmacia

Questo articolo farà discutere, lo so in anticipo, tuttavia è necessario capire nel panorama odierno fin dove si stanno spingendo alcuni concetti. Le frasi “niente sarà più come prima” e “il covid ci cambierà” ormai le stiamo sentendo da molti mesi, e c’è molto di vero. Ma ci sono settori che stanno avendo maggiori effetti rispetto ad altri. Prendiamo l’arte contemporanea. Come sta raccontando la pandemia? e soprattutto dove, visto che i musei vedono alternate aperture a chiusure? A differenza delle grandi opere di Michelangelo e di Giotto l’arte contemporanea ha il vantaggio di essere disponibile ovunque, di accettare il carattere della transitorietà e di porsi nei confronti del pubblico senza troppe mediazioni. Forse per questo motivo si fa fatica a definire “arte” certe opere perché abbiamo perso la loro autentica “aura”. Quindi sarà scontato e banale dirlo ma si può affermare che oggi l’arte contemporanea è dappertutto. Il sociologo Buadrillard teorizzava nel secolo scorso il concetto di “fine della scena”: l’arte, abbandonata la sua specificità, si diffonde ovunque, diventa transestetica e allora tutto può diventare arte. Il sociologo constatava dunque che la massima diffusione coincide paradossalmente con la sua sparizione perché viene a perdersi la sua aura. Si tratta in sostanza di una sparizione per eccesso. Non lontano da questa anche l’analisi di Michaud che parlava di “arte allo stato gassoso”. Ora, queste prospettive che al tempo suonavano minacciose, severe e forse consapevoli del loro mondo, possono trovare oggi un risvolto positivo? 

Queste mie riflessioni sono emerse dopo aver appreso la notizia di una mostra diffusa in provincia di Bari sfruttando gli schermi di farmacie e parafarmacie per diffondere immagini di artisti contemporanei, senza dubbio uno dei luoghi più frequentati dalle persone. Il progetto, realizzato nella città di Corato, prende il nome di “The Cure” ed è stato ideato da sei curatori guidati da Alexandre Larrarte con il supporto della CoArt Gallery. I supporti sono gli schermi sui quali passano fotografie e video la cui visione è ovviamente gratuita.  

Tanti gli spunti che vengono in mente. L’arte è terapia, l’arte come medicina, l’urgenza di comunicare, l’arte come espressione che non ha bisogno di quattro pareti in cui essere confinata, l’arte è antidoto. Voi cosa ne pensate? 

DA QUI POTETE ACCEDERE ALLA VISIONE DELLE OPERE

Ti racconto. Storie dall’arte

Giotto ad alta definizione. Un’impresa italiana

La Cappella degli Scrovegni è disponibile anche in modalità virtuale, ad alta risoluzione, instaurando con l’opera un dialogo più vero del vero. I dettagli non si perdono, si vedono anche le parti che solitamente alla vista risultano più difficili e c’è tutto il tempo di visionarli senza il pericolo del tempo tiranno che suona il gong della conclusione della visita.

Gli affreschi sono stati oggetto di una straordinaria campagna fotografica realizzata dalla società emiliana Haltadefinizione che ha fermato l’opera di Giotto con ben 14.000 scatti con tecnologia gigapixel. Ulteriore passaggio è stata la fruizione degli scatti attraverso un visore multimediale a 360 gradi.

Le immagini così potranno essere ingrandite senza perdere risoluzione. 

La digitalizzazione è un settore sempre più in crescita e una modalità di approccio alle opere d’arte che dovrà supportare la consueta visita. L’esperienza pertanto sta aggiungendo sempre più il connotato della virtualità e della tecnologia

Per chi decidesse in questi mesi di visitare il capolavoro di Giotto è imprescindibile una piccola preparazione storica prima di entrare.

La cappella è intitolata a Santa Maria della Carità e il committente fu Enrico degli Scrovegni, il figlio dell’usuraio Rinaldo raccontato da Dante nell’Inferno.

Enrico acquista l’area dell’antica arena di Padova da un nobile decaduto, qui fa costruire il suo sontuoso palazzo di cui la cappella era in pratica l’oratorio privato nonché mausoleo di famiglia. Giotto, dopo le esperienze di Assisi e Rimini, si trovava già a Padova chiamato dai frati minori conventuali ad affrescare gli spazi della Basilica di Sant’Antonio. 

Breve cronistoria da ricordare: 

febbraio 1300 acquisto del terreno,

  • prima del 1302 il vescovo di Padova autorizza la costruzione,
  • 25 marzo 1303 inizio dei lavori,
  • 25 marzo 1305 consacrazione. 

Due parole anche sullo stile degli affreschi. Qui troviamo il Giotto più maturo, più consapevole dei suoi mezzi che già ad Assisi aveva portato a livelli impressionanti e così nuovi.

Le storie sono raccontate all’interno di riquadri tutti di identica dimensione. I personaggi, solidi e così umani, si muovono dentro ad architetture altrettanto vere, misurabili e ben lontane dalla bidimensionalità imperante fino a quel momento. Non a caso sentirete spesso parlare di “scatole prospettiche” perché il fatto di far vedere che in uno spazio ci si possa entrare non era per nulla scontato e la comunicazione della profondità era un concetto rivoluzionario.

Ci sono spigoli, sporgenze, illusioni e prospettive. La resa delle figure umane è appunto umana, realistica e non stilizzata. Giotto ha dato ai santi le fattezze dell’uomo solido, con la sua carne e la sua natura dotandoli di gesti, emozioni ed espressioni.

Le scene poi sono schiette e asciutte ma tuttavia non manca l’inserimento di particolari e dettagli di interni, delle vesti e del mondo naturale. Due sono le parole chiave con cui vedere gli affreschi: misurabilità e umanità.   

DA QUI POTETE ACCEDERE ALL’ARTICOLO

Zoom. Segni particolari

La sorella di Napoleone come Venere vincitrice

Gli indizi della scorsa newsletter erano troppo facili.

Si tratta di una scultura che può essere raccontata semplicemente con un cuscino e un gomito.

Si trova a Roma, nella Galleria Borghese, è datata ai primi anni dell’Ottocento. La risposta era Paolina Borghese come Venere vincitrice realizzata da Antonio Canova tra il 1804 e il 1808.

Paolina Bonaparte era la sorella di Napoleone, nel 1803 aveva sposato in seconde nozze il principe romano Camillo II Borghese. Fu proprio il marito a commissionare l’opera al Canova nel 1803 per celebrare il matrimonio avvenuto. Dal 1802 Paolina aveva assunto il titolo di Altezza imperiale.

Canova realizzò l’ideazione e lo studio del soggetto e le parti finali lasciando agli allievi della bottega le fasi intermedie di lavoro. Del progetto preparatorio ci sono rimasti quattro disegni di cui uno è particolarmente suggestivo perché riporta una diversa ipotesi compositiva.

Paolina assume infatti la posa del braccio sinistra sollevato sulla testa. Sono indiscussi i riferimenti all’arte veneta del Cinquecento, alle Veneri di Giorgione e di Tiziano. Così come risultano evidenti i rimandi all’arte romana e volendo anche etrusche perché ricorda i sarcofagi con la coppia degli sposi sdraiati quasi nella stessa postura. Mi riferisco al sarcofago in terracotta conservato al Museo nazionale etrusca di Villa Giulia a Roma.

Paolina, rappresentata come Venere, è semidistesa su un’agrippina, una poltrona allungata simile al canapè e fornita di un solo bracciolo. Il busto è nudo mentre la parte inferiore del corpo è avvolta da una veste leggera che le infonde quell’aura di erotismo antico. Canova applicò sul corpo della scultura una patina rosa per dare l’impressione dell’incarnato e maggiore verosimiglianza cercando di andare anche oltre l’effetto del marmo.

La scultura venne terminata nel 1808. Canova fu regolarmente pagato da Camillo Borghese nel maggio del 1809 per una cifra pari a seimila scudi. L’opera fu trasportata nella residenza di Camillo a Torino perché qui ricopriva la carica di Governatore generale.

Ovviamente l’esibizione del corpo nudo di Paolina fece molto scalpore. Nonostante la caduta e la morte di Napoleone la scultura rimase nella sua collocazione fino al 1820 quando fu Camillo stesso a riporla in una cassa proprio per nasconderla dagli atti moralizzatori e dai lunghi sguardi che si posavano sui seni.

La rimozione però pare fosse avvenuta di comune accordo con Paolina che il 22 gennaio 1818 così scriveva al marito:

“vorrei pregarvi di farmi un piacere... So che talvolta consentite a qualcuno di vedere la mia statua di marmo. Sarei lieta che questo non accadesse più, perché la nudità della scultura sfiora l'indecenza. È stata creata per il vostro piacere, ora non è più così, ed è giusto che rimanga nascosta agli sguardi altrui”. 

Paolina morì nel 1825. La statua venne spostata a Roma nel 1838 e collocata nella sua sede attuale ovvero Villa Borghese.

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

Ecco gli indizi dell’opera di cui parleremo nella prossima newsletter. Si tratta di un’incredibile scoperta avvenuta nel 1940, nel villaggio di Montignac e gli artisti che hanno realizzato l’opera non hanno nome. 

Storie da sfogliare

Una piccola storia dei colori. Qual è il vostro preferito?

Quanto sono affascinanti i colori?

Non solo per le loro connotazioni estetiche ma forse ancora di più per tutti gli altri aspetti. Il tempo e l’evoluzione dei modelli sociali e di comportamento hanno portato in trionfo alcuni colori e altri invece sono stati additati come i più infami. Altri che erano identificati come nobili e assoluti poi sono scesi a significare tutto l’opposto.

Non ha senso che io in poche righe vi faccia una storia sintetica di questi passaggi per ogni colore.

Leggete invece il libricino di Michel Pastoureau che indaga con la sua indiscussa curiosità le pieghe artistiche e sociali di ogni colore.

Basterebbero i titoli dei singoli capitoli per anticipare lo spessore di questo scritto. Il blu: il colore gattamorta; il rosso: è il fuoco e il sangue, l’amore e l’inferno; il bianco: ovunque, esprime la purezza e l’innocenza; il verde: quello che nasconde bene il proprio gioco; il giallo: tutti gli attributi dell’infamia; il nero: dal lutto all’eleganza; le mezze tinte: fumo di Londra, rosa confetto. 

Questo mese vi consiglio la lettura de “Il piccolo libro dei colori” di Michel Pastoureau e Dominique Simonnet, edito da Ponte alle Grazie 2006

Nella prefazione c’è un interessante suggerimento che dice “imparate a pensare i colori e vedrete il mondo in un altro modo”. Quanto è vero. Quello che un colore significa e vale oggi non è detto che nel passato sia stato così e non lo sappiamo tanto meno per il futuro.

I colori sono sempre lo specchio di una società. Leggete un colore e leggerete quella società. Buona lettura!  

Tra (parentesi)

Una rubrica dedicata alle vostre curiosità

Inviateci le vostre domande e Simone vi risponderà nella prossima newsletter. Spesso tra parentesi o tra i riferimenti a margine ci sono le note più curiose e in pochi le vanno a vedere. Qui invece trovano spazio e trovate spazio voi e la vostra voglia di conoscere

Alla prossima uscita,

Simone Rega

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