L’Atlante della memoria, le ultime ninfee di Monet, Erwitt e un romanzo sulle donne

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

Oggi voglio condividere con te la nuova uscita della Newsletter sull’Arte.

In questo numero:

Lo studioso che ha rincorso le forme delle divinità 

A Milano le opere di Monet del Museo Marmottan 

Il fotografo e la sua passione per i cani 

Impressionismo. Il romanzo dalla parte delle donne

… e altro (tra parentesi)

Buona lettura,
Simone Rega 😉

Dentro il museo. Conoscere a distanza

Quando non si può scegliere tra forma e contenuto. Aby Warburg e il suo Atlante della Memoria

La forma non è tutto, direbbero alcuni, in quanto preferiscono il contenuto.

Altri invece, quelli del “si mangia con gli occhi”, fanno addirittura prevalere la forma sul resto.

La verità, che cosa banale, sta sempre nel mezzo. Tranne che per iconologi e iconografi che puntano allo stesso tempo a forma e contenuto e alle loro trasformazioni nel tempo.

Così, della “vita postuma” della forma, ha fatto il suo credo lo studioso tedesco Aby Warburg che si definì:

“amburghese di cuore, ebreo di sangue e d’animo fiorentino”

Sì, perché i suoi interessi sono quasi tutti orientati all’arte italiana fiorentina del Quattrocento, da Ghirlandaio a Botticelli.

Dal 1889 cominciano i suoi soggiorni a Firenze che divennero sempre più frequenti. Nel 1895 compie un viaggio in America dove visita lo Smithsonian Institution ed entra in contatto con i linguaggi e le forme delle culture primitive. Soggiorna presso gli indiani Pueblo in Nuovo Messico e Arizona, poi si stabilisce a Firenze

Il 1929 è l’anno della sua conferenza alla Bibliotheca Hertziana di Roma su Mnemosyne ovvero la musa greca della memoria. Qui espone il suo progetto complesso, ambizioso ma illuminante. Seguire la forma, rincorrerla e tracciare il suo viaggio attraverso supporti, linguaggi e periodi diversi.

Era il Bilderatlas Mnemosyne ovvero l’Atlante illustrato dedicato alle migrazioni e sopravvivenze delle antiche immagini delle divinità. Morirà nello stesso anno prima di terminare il suo lavoro.

Un’intricata sequenza di accostamenti, assemblaggi e composizioni di immagini ritagliate e fotografate – per un totale di 971 – applicate su 63 grandi pannelli neri. 

Alla momento della morte la sua biblioteca era immensa: contava 65.000 volumi e 80.000 fotografie.

La notte del 13 dicembre 1933, anno in cui Hitler divenne cancelliere della Germania, il suo allievo Fritz Saxl capisce che con l’ascesa del Nazismo il lavoro di Warburg sarebbe andato distrutto.

Così trasportò tutti i libri della biblioteca via nave direzione Londra. Qui prese vita il primo nucleo del Warburg Institute.

Grazie Saxl. 

Nel link trovate la possibilità di visitare online una mostra del 2020 che vi porta dentro al mondo e ai pensieri di Aby Warburg.

Da qui potete accedere alla Mostra Virtuale

Da qui potete accedere all’articolo di Artribune

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Ti racconto. Storie dall’arte

Le ultime ninfee di Monet e dove vederle

Al Palazzo Reale di Milano, dal 18 settembre 2021 fino al 30 gennaio 2022 sarà possibile visitare la mostra dedicata a Monet e ai capolavori del Musée Marmottan di Parigi.

Questo museo custodisce il nucleo più grande al mondo di opere di Monet grazie alla generosa donazione di Michel, il figlio del pittore. Infatti il Museo si chiama Marmottan Monet.

In mostra ci sono ben 53 dipinti. L’esposizione è curata da Marianne Mathieu, storica dell’arte e direttrice scientifica del Museo.

Perché visitare un’ennesima mostra sull’Impressionismo vi starete domandando, giusto?

Perché non è la solita mostra sull’Impressionismo.

E perché potrete vedere il viaggio di una ninfea, da forma poetica e allegra fino alle ultime trasformazioni degli anni venti del Novecento quando Monet, ormai sofferente ad un problema agli occhi, non riusciva più a riprodurla senza sfaldarla e decomporla fino quasi a farla svanire.

Nel 1912 a Monet viene diagnosticata una cataratta bilaterale che comporta un processo di progressiva perdita di trasparenza del cristallino, un ingiallimento e oscuramento dei colori percepiti. Con il peggiorare della malattia i colori diventano confusi: i bianchi e i verdi diventano giallastri, i rossi virano verso l’arancio, i blu e i viola assumono vampate di rosso e giallo, i dettagli si fanno più vaghi e i contorni più difficili da definire.

Così le dolci ninfee di Monet diventano una sofferenza, una sfocatura, una tenace lotta tra la natura e gli occhi del pittore che non vogliono smettere di fare quello che hanno sempre fatto. 

Proviamo a ricostruire gli ultimi vent’anni di Monet proprio quando le sue ninfee cominciano a sfaldarsi e perdere contorno.

Il nuovo secolo si apre con un viaggio.

Tra il 1899 e il 1901 si reca per tre volte a Londra.Il Tamigi e il Palazzo di Westminster si avvalgono in un mantello di nebbia mista a luce realizzando delle vedute in pieno stile giapponese come Hokusai aveva fatto con il monte Fuji.

Nel 1908 è a Venezia, meta storica e malinconica per i curiosi della luce. Soggiorna da settembre a novembre presso il Palazzo Barbaro e al Grand Hotel Britannia.

Gli ultimi anni si fecero più cupi. Il 19 maggio 1911 muore sua moglie Alice, il 1 febbraio 1914 è la volta del figlio Jean mentre Michel lo seguirà nel 1916. Monet rimane con la figlia Blanche. I due vanno ad abitare insieme a Giverny. Il nuovo studio, più grande, e il giardino con le ninfee, divennero la sua casa fino all’anno della morte. E così decise di passare dieci anni dipingendo una continua tela di Penelope, facendo e disfando stagni di ninfee ormai senza forma.

Non sembra più divertirsi. Il respiro della natura ha lasciato il posto alla ripetizione di uno stesso esercizio.

“Lavoro tutto il giorno a queste tele, me le passano una dopo l’altra. Nell’atmosfera riappare un colore che avevo scoperto ieri e abbozzato su una delle tele. Immediatamente il dipinto mi viene dato e cerco il più rapidamente possibile di fissare in modo definitivo la visione, ma di solito essa scompare rapidamente per lasciare il suo posto a un altro colore già registrato qualche giorno prima in un altro studio, che mi viene subito posto innanzi; e si continua così tutto il giorno”.

Nel 1920 Monet offrì allo Stato francese dodici grandi tele di Ninfee, lunga ciascuna circa quattro metri, che verranno sistemate – postume – nel 1927 in due sale ovali dell’Orangerie delle Tuileries.

La serenità non ritorna.

“Non dormo più per colpa loro, di notte sono continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo la mattina rotto di fatica […] dipingere è così difficile e torturante. L’autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie morte del giardino. Ce n’è abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di avere detto tutto quel che avevo da dire; o almeno avere tentato. E i miei giorni sono contati”.

Nel 1923, a 82 anni, il pittore si sottopone ad un intervento di rimozione del cristallino.

Ma le cose non migliorarono. Anzi, Il ponte giapponese, nella versione del 1924, è ormai il preludio di una sua nuova fase forse nemmeno voluta: l’astrattismo.

“Le tonalità del rosso cominciavano a sembrare fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo più a captare i toni intermedi o quelli più profondi […]. Cominciai pian piano a mettermi alla prova con innumerevoli schizzi che mi portarono alla convinzione che lo studio della luce naturale non mi era più possibile ma d’altra parte mi rassicurarono dimostrandomi che, anche se minime variazioni di tonalità e delicate sfumature di colore non rientravano più nelle mie possibilità, ci vedevo ancora con la stessa chiarezza quando si trattava di colori vivaci, isolati all’interno di una massa di tonalità scure”.

Nel giugno del 1926 gli venne diagnosticato un carcinoma al polmone. Claude Monet muore il 5 dicembre dello stesso anno.

La mostra di Palazzo Reale deve essere vista così, lo sguardo alle opere e il cuore alla vita di Monet.

Da qui potete accedere al Sito della Mostra

Zoom. Segni particolari

Erwitt e il punto di vista dei cani

Questi gli indizi dell’opera della scorsa newsletter:

  • si tratta del mio fotografo preferito;
  • di origine statunitense,
  • lavora con scatti in bianco e nero che ritraggono soprattutto situazioni ironiche e punti di vista curiosi.

Questa volta non solo la soluzione era facilissima ma, per la prima volta, mi sono limitato ad una piccolissima riduzione dell’opera scelta.

Infatti l’immagine da questa prospettiva insolita non è stata ritagliata.

Chi già conosceva il fotografo Elliott Erwitt avrà impiegato meno di un secondo. Il suo stile è inconfondibile e unico.

I suoi scatti sono ironici, potenti e indimenticabili perché imprimono nella mente situazioni ironiche e ai limiti dell’assurdità e del Surrealismo.

Erwitt segue lo stile del suo maestro, Cartier-Bresson, che sapeva cogliere l’attimo esatto per scattare, quell’unico attimo che fa fare la differenza ad uno scatto “fra i tanti” e uno da consegnare alla storia.

Erwitt nasce a Parigi da genitori ebrei di origine russa ma vive in Italia fino al 1938. L’anno dopo si trasferisce con la famiglia in America dove comincia la sua carriera come fotografo.

Dagli anni ‘50 è al servizio dell’Esercito americano in Francia e in Germania come assistente fotografo.

Roy Stryker, direttore del dipartimento di fotografia della Farm Security Administration, assume Erwitt per lavorare su un progetto fotografico per la Standard Oil.

Poi intraprende la carriera di freelance lavorando per diverse riviste fino al 1953 quando entra a far parte dell’agenzia Magnum Photos. Dal 1970 si dedica anche al mondo del cinema con lungometraggi, spot televisivi, documentari e film. 

Uno dei temi certamente più iconici della figura di Erwitt sono i cani.

Lo scatto proposto è datato 1974 e realizzato a New York. I cani non rappresentano solo il soggetto ma anche il punto di vista prescelto.

Infatti le fotografie restituiscono la loro posizione e non quella dei “padroni”, forse per dirci quanto il mondo sia costantemente visto solo “a misura di uomo” e non a misura di qualcosa d’altro come ad esempio i cani. E ancora per celebrare i cani non più in relazione agli esseri umani come “padroni” ma come vita indipendente e irriverente.

E così si spiegano le scelte compositive, le inquadrature, la preferenza per un’osservazione sulle gambe e sui piedi capovolgendo la tirannia umana sul mondo ed elevando quella canina.

Irriverenza, ironia, leggerezza e un tocco di straniamento.

Come lo scatto che mostra un uomo seduto su delle scale tenere il proprio cane all’interno del cappotto sbottonato.

L’effetto è quello di un cane vestito da essere umano. Se aggiungiamo che l’inquadratura riprende proprio il cane nell’esatta posizione del volto del suo padrone allora siamo di fronte ad un personaggio del più chiaro Surrealismo.

I cani saltano, abbaiano e rispondono agli stessi stimoli provocati da Erwitt per cercare di sorprenderli. Ha rilasciato in un’intervista: “i cani sono come gli umani, solo con più capelli”.

Di seguito potete consultare il sito ufficiale di Magnum Photo

Indovinello di questa settimana

I 3 indizi per la prossima opera:

Ecco gli indizi dell’opera di cui parleremo nella prossima uscita.

Cambiamo ancora genere e ci occupiamo di architettura.

Vi porto a scoprire uno dei rosoni più conosciuti d’Italia. Sito Unesco, in una delle città dei cappelletti e ci lavora un architetto, al tempo famoso, dopo il 1106 insieme ad un squadra di lapicidi.

Dove siamo e di cosa stiamo parlando? 😉

Storie da sfogliare 

Impressionismo, dintorni e sentimenti. Un romanzo di donne.

Rimango nel tema della mostra di Palazzo Reale su Monet e vi propongo una lettura che vi farà immergere nella vita dei pittori impressionisti e non solo.

Ritratti d’artista è il libro che ho scelto per voi, edito nel 2005 da Neri Pozza editore e scritto da Susan Vreeland, vera maestra della narrazione che sa donare umanità e volume ai personaggi che siamo sempre e solo abituati a leggere come artisti.

Lei ha la capacità di consegnarci gli uomini e le donne del tempo.

Una volta che leggete un suo libro, vi sembrerà di conoscerli meglio, entrerete nelle loro case, prenderete con loro il tè fino a vedere gli stessi bagliori di luce.

Fu uno dei primi libri che mi portarono ad appassionarmi ai romanzi storici.

La storia ha un ritmo riflessivo e lento, come un gomitolo che si dipana con lentezza.

Certo, non dovete aspettarvi l’azione, è un inno ai sentimenti, ai tormenti e ai pensieri delle donne dei pittori. Mogli, amanti, nutrici, figlie e vicine di casa.

Sarebbe sbagliato usare l’espressione “le donne dietro gli impressionisti” oppure “le donne dietro ai pittori”.

Così come sarebbe sbagliato pensare che l’Impressionismo sia stato realizzato solo dagli uomini.

Il vero errore è pensare che Camille Doncieux non possa esistere nella storia senza essere ricordata solo come “la prima moglie di”.

Che cosa pensava? Chi conosceva? Qual è stata la sua vita prima di conoscere Monet? e dopo?

Queste domande vanno ben oltre il fatto “di essere la moglie di”. Non è una sottigliezza. Il pregio di questo romanzo è portare in primo piano le vite di una serie di donne nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento

Ecco allora Jerome che lavora alla Bourse, la piccola Mimì e il ritratto che le fa Renoir, Camille Monet, Alice Hoschedé – la seconda moglie di Monet – e Suzanne Manet, la moglie di Eduard appena morto di sifilide.

Un romanzo di persone. Un romanzo di donne.

Tra (parentesi)

Una rubrica dedicata alle vostre curiosità

Inviateci le vostre domande e vi risponderò nella prossima uscita.

Spesso tra parentesi o tra i riferimenti a margine ci sono le note più curiose e in pochi le vanno a vedere.

Qui invece trovano spazio e trovate spazio voi e la vostra voglia di conoscere.

Ci vediamo alla prossima uscita,
Simone Rega.

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2 risposte

  1. Che bella iniziativa! Complimenti! Tra lettura, spiegazioni e approfondimenti, museo virtuale e la possibilità di visionare le opere d’arte con la realtà virtuale c’è davvero tanta bellezza! Bravi! Molto interessante e affascinante! 🙋‍♂️

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