Aquagranda 2019, il bulino, Francisco Goya e il libro di Thomas di Putney

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
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Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

Aquagranda 2019, l’ultima storica marea vista attraverso i social media

Come i Maestri del 400 usavano il bulino, Storie dell’arte

Avevi indovinato? Il 3 maggio 1808 visto da Francisco Goya era la risposta.

Leggi il nuovo indovinello

Il libro della settimana: la storia di Thomas di Putney

Buona lettura 😉

Simone Rega

Dentro il museo. Conoscere a distanza

Il 12 novembre 2019 l’acqua alta a Venezia ha raggiunta la soglia record di 187 centimetri, pari solamente all’episodio storico avvenuto nel 1966. Quei giorni sono stati fermati attraverso fotografie e video che hanno preso forma nel nome “Aquagranda 2019”. Si tratta di un progetto della Cà Foscari insieme alla Science Gallery Venice in collaborazione con le istituzioni partner del Distretto veneziano di ricerca e innovazione (DVRI), patrocinata da Confartigianato. Si vuole così costruire una grande memoria collettiva digitale attraverso il racconto delle persone che hanno vissuto quei giorni con l’ausilio dei social network. Messaggi privati, scritti, vocali, video e post saranno non solo la testimonianza della tragedia ma anche il termometro e gli strumenti di misura per comprendere le dinamiche con cui si diffonde un’informazione, come si formano le opinioni sui social, come nascono poli di interesse e antagonismi. Il progetto, per sua stessa natura, chiede il coinvolgimento dei cittadini per l’invio di materiali e documenti riguardanti quella notte del 12 novembre 2019. 

Il progetto virtuale troverà nel 2021 anche un suo trasferimento nel mondo reale e già gli organizzatori stanno pensando ad una mostra diffusa nei luoghi fisici di Venezia colpiti dall’acqua alta. La mostra vedrà l’utilizzo di Qr-code applicati in città e da leggere con gli smartphone con cui si verranno visualizzate le opere virtuali ispirate ai contenuti dell’archivio e realizzate da alcuni artisti internazionali

Una mostra può essere presente e assente allo stesso modo. E’ quello che si chiama realtà integrata: due mondi che si integrano attraverso gli strumenti tecnologici che abbiamo sempre con noi e che servono sempre più non solo alla funzione telefonica. 

DA QUI POTETE ACCEDERE AL SITO DEL PROGETTO

Ti racconto. Storie dall’arte

Tra l’utilizzo del pennello e del bulino

La storia e la fama di grandi opere d’arte devono la loro fortuna certamente all’artista che le ha realizzate ma in egual misura anche agli strumenti utilizzati. Così è il caso del bulino che a partire dal Quattrocento viene utilizzato per la prima volta nell’epoca moderna dagli orafi fiamminghi. Con questo primo post sull’argomento non parleremo della tecnica ma di coloro che l’hanno affermata, spesso sconosciuti e senza nome. Una precisazione prima di cominciare. Il bulino è una sorte di piccolo scalpello dalla punta in acciaio e spessore diverso che serve a incidere sulla lastra calcografica.

Il pittore può incidere direttamente sulla lastra, coperta in precedenza con una cera, oppure seguire un disegno che appoggerà sulla lastra stessa. Incidendo le linee si ottiene il “negativo” del disegno che passerà poi alla fase della stampa. Siamo attorno agli anni 40, Masaccio era morto nel 1428 e Jan Van Eyck nel 1441. Il bulino viene utilizzato dapprima dagli stampatori olandesi. Tra questi si distinsero il cosiddetto Maestro del Calvario ed il Maestro della Morte di Maria. Oltre agli olandesi si ricordano i francesi Maestro di Balaam ed il Maestro del Giardino d’Amore. Mentre tra i tedeschi, che realizzarono le opere più raffinate, il Maestro delle carte da gioco. In questi artisti appare evidente la forte analogia tra l’artista e l’artigiano, tra l’utilizzo del pennello e del bulino. Infatti si tratta di profili con competenze multisettoriali che spesso risultano anonimi e conosciuti con nomi affibbiati dai critici d’arte. E’ il caso del Maestro delle Carte da Gioco così chiamato dalla sua stampa intitolata Gioco di carte a cinque colori, eseguito prima del 1446. Il suo stile riprende e accoglie le innovazione di Jan Van Eyck per la linea netta, delicata e allo stesso tempo plastica. Chi lasciò il segno per le generazioni successive fu il pittore e incisore Martin Schongauer, nato in una famiglia di orafi di Augusta. L’Italia rimane appena attardata nei confronti del bulino e la prima incisione risale al 1461 con Mantegna e Pollaiolo. Agli inizi del Cinquecento fu invece Durer a unire le competenze tecniche tedesche con le forme dell’arte italiana rendendo maggiormente plastiche le sue figure. Utilizzò il chiaroscuro ottenuto dal tratteggio di linee verticali e orizzontali dando alle sue produzioni un aspetto quasi tridimensionale.  

Zoom. Segni particolari

Il 3 maggio 1808 visto da Francisco Goya

I tre indizi con cui ci eravamo lasciati: Il titolo riguarda un episodio e una data storica, parla spagnolo e anticipa di un anno la sconfitta di Waterloo. 

La soluzione era molto facile, si tratta di Francisco Goya. Il titolo del dipinto – olio su tela – forse meno conosciuto, è 3 maggio 1808 ma è datata 1814

La scena si presenta in tutta la sua drammaticità. Tutto è immerso nel buio che lascia spazio ad un accenno di paesaggio con alcuni edifici sullo sfondo. Ad illuminare è solo la luce di una grande lanterna che si frappone tra il plotone di esecuzione e i contadini che stanno per essere fucilati. Uno di loro, in ginocchio, alza le mani e la sua camicia bianca diventa il simbolo della resa ma al contempo ricorda l’immagine di un Cristo crocifisso.  

Goya quando dipinge quest’opera a 68 anni e rimane scosso dai fatti drammatici che accadono attorno a lui. Così vuole dare un’immagine di resistenza nel contesto storico della guerra d’indipendenza spagnola in cui le truppe madrilene resistono a quelle francesi di Napoleone. Il dipinto fu commissionato dal Consiglio della Reggenza spagnolo

La famiglia Borbone poco amava questo “lato oscuro” e giornalistico di Goya che raccontava le rivolte popolari come nel suo terribile ciclo “i disastri della guerra”. 

Probabilmente il dipinto non venne mai esibito dalla Casa Borbone e rimase anche nei depositi del Prado – istituito nel 1819 – per circa sessant’anni. Infatti quando il critico Théophile Gautier visita il museo nel 1845 non vede il quadro esposto. Fino al 1872 anno in cui venne enumerato per la prima volta nell’inventario del Prado, sotto il nome Scena del 3 di maggio 1808. 

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

Si tratta di un dipinto che parla inglese anche se il suo autore è tedesco, ha a che fare con la morte anche se non si vede e conserva una piccola magia tecnica

Il particolare che vi mostriamo si trova esattamente al centro dell’opera.

Storie da sfogliare 

Da figlio cacciato a primo ministro d’Inghilterra

Nel mese di novembre è uscito il terzo e ultimo libro che racconta le vicende di Thomas Cromwell. L’autrice Hilary Mantel concluse l’incredibile storia di Thomas di Putney, figlio di un fabbro e mastro birraio, che è stato in grado di realizzarsi con le proprie mani. Abbandona la famiglia, il destino del lavoro col padre e finisce in Italia arruolo come mercenario per finire poi sotto l’ala protettrice del banchiere fiorentino Frescobaldi. Qui comincia la sua nuova vita legata agli affari, commercio, economia, spionaggio e politica. Quando ritorna in Inghilterra è un uomo fatto e pronto per la prossima scalata ovvero diventare cancelliere e primo ministro del re Enrico VIII. 

Non vi raccontiamo di più. Vi lasciamo con la voglia di affondare le mani in questa storia e nel primo libro che si intitola Wolf Hall, un volumone di quasi 800 pagine, alto 5 centimetri che si avvolgerà come una calda e spessa sciarpa di lana, di quelle che le nonne fanno con i ferri grossi. 

Come sempre vi scriviamo la prima pagina. 

Di là dallo Stretto Putney, 1500 

<<Alzati adesso>>. Sopraffatto, stordito, muto, cade a terra; stramazza sull’acciottolato del cortile. La testa si poggia di lato; gli occhi rivolti al cancello come se qualcuno potesse arrivargli in aiuto. Ora, a ucciderlo, basterebbe un colpo ben assestato. 

Dalla ferita alla testa – primo risultato ottenuto da suo padre – gli cola il sangue sul viso. A peggiorare le cose, l’occhio sinistro è accecato; ma se guarda con l’angolo del destro riesce a vedere la cucitura dello stivale paterno: il refe si è sfilato dal cuoio e un nodo coriaceo gli ha centrato il sopracciglio aprendovi un altro taglio. 

<<Alzati adesso!>>, bercia Walter mentre calcola dove assestargli il prossimo calcio. Il figlio solleva la testa di pochi centimetri e si sposta in avanti, striscia sulla pancia cercando di non mettere in mostra le mani perché il genitore gode a calpestarle. <<Che sei, un’anguilla?>>, gli chiede Walter. Indietreggia di qualche passo, prende lo slancio e gli molla un’altra pedata. 

Il colpo mozza il respiro che gli era rimasto; forse è l’ultimo che salo, pensa il figlio. La testa ricade a terra, mentre giace aspettando l’assalto del padre. 

Non lo poteva certamente sapere il padre che nel 1500 stava prendendo a calci il futuro primo ministro. 

Alla prossima uscita,

Simone Rega

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