Dalla Street Art agli NFT di Opere Digitali, con Giove e Benjamin

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

Una mappa che raccoglie tutta la street art italiana 

Il digitale sta vincendo tutto ma non va giudicato  

La risposta era… Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù 

Il saggio di Benjamin che si interroga sull’autenticità dell’opera 

… e altro (tra parentesi)

Buona lettura 😉

Simone Rega

Dentro il museo. Conoscere a distanza

L’Italia è un museo a cielo aperto. Frase fatta?

Quando si nomina la street art si pensa subito a Banksy, alla denuncia sociale, a gesti abusivi in luoghi pubblici e fatti soprattutto illegalmente.

Non è così.

Milano è una delle città che più crede ed investe su questo movimento urbano e le azioni si concentrano nei quartieri, nelle periferie che accolgono artisti provenienti da tutto il mondo. E poi c’è Bologna che da anni utilizza la street art come linguaggio di trasformazione delle aree industriali dismesse.

Napoli ospita l’unica opera italiana di Banksy, proprio lì dove l’arte dialoga con la strada, in un corpo a corpo fatto di antiche scaramanzie e gesti nuovissimi. Non è un caso allora che sempre a Napoli sia nato l’Inopinatum ovvero la sede del primo centro studi sulla street art.

Dal 2019 Inopinatum ha sede presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli ed il suo coordinamento scientifico è guidato da una cabina di regia tra INWARD Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana e l’Istituto universitario, con l’integrazione e il dialogo di molti altri settori quali le scienze formative, psicologiche e della comunicazione, scienze umanistiche e scienze giuridiche.

La street art diventa una comunicazione visiva polisemantica

Anche i muri di Roma si stanno colorando grazie al duo Sten & Lex.

C’è un nome che è già poesia, Borgo Universo. Ad Aielli, in provincia di Aquila, le strade del borgo hanno visto negli ultimi anni l’intervento di famosi street artists mondiali e ogni anno si tiene un festival che unisce il mondo dell’arte e dell’astronomia per indagare e valorizzare gli scorci e i panorami del borgo medievale.

Perché funziona anche così, il Medioevo può stare insieme alla street art, e a pensarci bene questa non è tanto diversa dalle pitture infamanti dei pittori medievali realizzate sui muri dei palazzi.

Anche Mantova, nel quartiere di Lunetta, poco distante dal centro storico, si è dato l’avvio ad un processo di coprogettazione tra cittadini e street artists con l’obiettivo di rilanciare un quartiere che aveva la nomea di essere “dormitorio” e che ora viene considerato come uno dei più creativi. 

Non basta dipingere un muro per creare fermento sociale, servono processi, dialoghi e narrazione partecipata. Questa è la street art di oggi. 

DA QUI POTETE ACCEDERE ALLA MAPPA INTERATTIVA

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Ti racconto. Storie dall’arte

Quanto vale un’opera digitale?

L’asta online di Christie’s, iniziata il 25 febbraio e conclusa l’11 marzo 2021, ha visto l’inizio di un nuovo tipo di processo che vede l’arte digitale avere la stesse possibilità, aura e valore di un quadro di Van Gogh, di Picasso o di Monet.

Così l’opera Everydays: the first 5000 days dell’artista digitale Beeple è stata battuta per 69.436.250 dollari. Si tratta di un insieme di fotogrammi della sua vita personale scattati ogni giorno dall’artista dal 1 maggio 2007 al 7 gennaio 2021.

Nell’insieme l’immagine ha un formato di 21.069 x 21.069 pixel in cui ogni pixel in proporzione ha un valore di 0,16 dollari.

Beeple, nome d’arte di Mike Winkelmann, è nato nel 1981 nella Carolina del Sud e non è nuovo a meccanismi che fanno lievitare le sue opere digitali essendo sponsorizzato da Cameron e Tyler Winklevoss, ex soci di Zuckerberg ai tempi di Facebook.

Si apre così il dibattito sul valore dell’opera e se davvero dobbiamo seguire la teoria di Walter Benjamin che teorizza la perdita dell’aura dell’opera d’arte nel momento in cui può essere riprodotta un numero finito o infinito di volte. Ma qui si va oltre. 

Come viene spiegato nell’intervista (nell’articolo in link) l’opera viene tutelata proprio come tutte le altre e con qualche avvertenza speciale. Ormai è già aperto il Mercato della Cryptoarte NFT ed è la nuova “casa” di molti artisti contemporanei. 

L’arte è stata data per morta così tante volte negli ultimi decenni senza conoscerne le nuove direzioni, frontiere e linguaggi e lo spostamento sul digitale è il suo naturale movimento come gran parte delle mansioni quotidiane dalle sedute in palestra alle riunioni di lavoro.

Questa arte non va giudicata semmai compresa perché altrimenti continueremo a valutare una qualsiasi produzione paragonandola a Michelangelo. 

DA QUI POTETE ACCEDERE ALL’ARTICOLO DI ARTRIBUNE

Zoom. Segni particolari

Le farfalle di Dosso Dossi

Dosso era un artista padano e il suo era il facile pseudonimo di Giovanni Francesco di Niccolò Luteri che nasce probabilmente tra il  mantovano e Mirandola.

Lavorò anche alla corte dei Gonzaga prima del 1510 ma la sua fortuna la fece con gli Estensi a Ferrara nell’epoca di Ludovico Ariosto. Il padre di Dosso non era pittore ma faceva di professione lo spenditore (economo) presso i duchi di Ferrara. Nel primo documento che attesta la presenza del pittore a Ferrara, egli venne chiamato Dosso della Mirandola.

La sua presenza fu determinante per il prosieguo della pittura emiliana infatti non attinse dall’area ferrarese del Quattrocento quanto piuttosto dal repertorio veneto, in particolare di Giorgione. Nel 1514 fu nominato pittore di corte a Ferrara e venne coinvolto nelle principali imprese decorative di Alfonso d’Este tra le quali spiccano i Camerini d’alabastro. Questa in breve la scheda descrittiva di un pittore padano di nascita ma di formazione veneta.

L’opera protagonista dello Zoom della scorsa newsletter era Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù, un olio su tela (111,3×150 cm) databile tra il 1523-24 e conservato presso il Castello di Wawel a Cracovia

A sinistra Giove, riconoscibile per il fulmine poggiato tra i piedi, ha il volto sfumato e un po’ bruciato nei contorni tipico di Giorgione.

La struttura stessa dell’opera ha continui rimandi all’arte veneta e veneziana in particolare, come il paesaggio appena accennato sullo sfondo. Giove è raffigurato nel momento in cui dipinge delle farfalle su una tela, animale che esprime la libertà del pensiero ma al tempo stesso la sua precarietà che viene sottolineata dall’arcobaleno simbolo dell’evanescenza.

Al centro è seduto Mercurio con i suoi attributi più tipici come il petaso, i calzari alati e il caduceo dorato. In questo caso Mercurio rappresenta anche l’elemento, infatti il metallo liquido poteva assumere qualsiasi forma e quindi rappresenta il mutevole e l’inafferrabile

Con l’indice sulla bocca sta silenziando la Virtù che accorre da destra. Il suo gesto invoca il silenzio che serve per l’ispirazione e che viene richiesto per intraprendere la via iniziatica della creazione. Pertanto l’opera di Dosso è simbolica e allusiva, ideale per una corte raffinata e colta come quella ferrarese. 

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

Ecco gli indizi dell’opera di cui parleremo nella prossima newsletter. Si tratta di un pastello e inchiostro su carta, di piccole dimensioni (44 x 34) e collocato al Philadelphia Museum of Art.

Basta questo per indovinare?

Certamente sì.

Guardando il dettaglio leggerissimo come un tulle e collegando la nazionalità francese e la tecnica del pastello davvero si può riconoscere prima di subito. Nella prossima newsletter approfondiremo la vita dell’artista e dell’opera. 

Storie da sfogliare

Opera d’arte, aura e autenticità

Visti gli argomenti trattati in questa newsletter, più d’avanguardia rispetto al solito, vi consigliamo la lettura del saggio di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.

Beninteso è un testo che va preso con molle, pinze e molto sguardo attento sull’attualità per non rimanere troppo coinvolti nelle giustissime considerazioni di Benjamin ma che appunto necessitano di una valutazione e di una riflessione alla luce del contesto attuale. 

Il testo parte dalla fondamentale premessa che l’opera d’arte è sempre stata riproducibile quello che è cambiato, secondo l’autore, è la modalità della riproduzione tecnica. Già ai tempi di Benjamin il “mostro” era la fotografia ma per lui l’opera fotografata poteva andare incontro al fruitore ed essere accolta e studiata nello studio di un architetto, di un professore o di un semplice amante d’arte.

Quindi entra in gioco la democrazia dell’arte. Possiamo partire da questo e capire come oggi si siano aggiunti anche l’istante e l’istantaneità. Per riprodurre la Gioconda con lo smartphone ci vuole un secondo, un clic. Riproduzione, diffusione immediata e ri-creazione visto che si possono aggiungere filtri, colori ed emoticon.

Allora cosa viene meno secondo Benjamin?

Con la riproduzione vengono sottratti valori invisibili, si svaluta l’autenticità, la sua aura. Cosa succede all’opera e all’oggetto quando vengono liberati dalla loro “guaina” e quando viene distrutta l’aura?

Tanti spunti che speriamo vi possano riportare a leggere questo saggio sempre molto attuale. 

Tra (parentesi)

Una rubrica dedicata alle vostre curiosità

Inviateci le vostre domande e Simone vi risponderà nella prossima newsletter. Spesso tra parentesi o tra i riferimenti a margine ci sono le note più curiose e in pochi le vanno a vedere. Qui invece trovano spazio e trovate spazio voi e la vostra voglia di conoscere.

Alla prossima uscita,

Simone Rega

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