La mongolfiera di Kaws, la lepre fortunata di Dürer, gli animali di Ligabue e il Rinascimento cattivo

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
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Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

Buona lettura 😉

Simone Rega

Dentro il museo. Conoscere a distanza

L’arte da quaggiù e da quassù. Nuove forme di partecipazione

In questo numero ti parlo di un progetto che unisce l’arte contemporanea, la geografia, il viaggio e tantissimo stupore. L’artista americano Brian Donnelly, conosciuto anche come KAWS, ha realizzato il suo personaggio distintivo in formato mongolfiera.

Si tratta di Companion creato da Donnelly più di vent’anni fa e che rappresenta una combinazione tra Topolino e un teschio. L’opera, realizzata in 3D, ha molti richiami alla cultura giapponese. Volerà sulle principali città di Spagna, Cina, Australia e Turchia.

Il primo viaggio partirà entro la fine del 2021. Oltre allo spettacolo visto da terra si potrà salire all’interno e prenotare l’intera mongolfiera per piccoli gruppi e vivere un’esperienza incredibile. In effetti l’artista ha fatto una riflessione sul concetto di opera d’arte al tempo della pandemia.

Quella da lui prodotta è un’esperienza che potrà essere vissuta da moltissime persone rimanendo nella propria città. La scultura-mongolfiera, alta come un edificio di 15 piani, verrà vista dalla propria finestra, passeggiando per la strada, al parco o viaggiando sul tram.

Non è la prima volta che l’artista riproduce Companion in grandi dimensioni. La sua installazione Holiday, alta 37 metri, era stata posizionata nel porto di Victoria Harbour a Hong Kong. Un’opera galleggiante che invitava le persone a concedersi un momento di relax. 

Due note anche sull’artista. Brian Donnelly nasce nel 1974 a Jersey City e fin da subito rimane affascinato dal linguaggio dei graffiti e dall’ambiente cosiddetto underground.

Si trasferisce a New York, si diploma alla School of Visual Arts di Manhattan e inizia la sua carriera di illustratore. Gli inizi sono diretti e senza fronzoli. Bombolette spray e creatività per dipingere le cabine telefoniche e i cartelloni pubblicitari.

Oltre lo stereotipo, la comunicazione di massa, il pensiero comune e commerciale. Così si spinge a creare delle nuove regole visive che lo portano a realizzare sculture e giocattoli in vinile e collaborare con i brand più famosi fino a quelli dell’alta moda

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Ti racconto. Storie dall’arte

La lepre “fortunata” di un artista curioso

Ti porto ora nel mondo naturalistico di un pittore che ha fatto dell’osservazione del mondo la sua cifra stilistica. Albrecht Dürer, l’artista di Norimberga, si inserisce nella tradizione quattrocentesca dei pittori-osservatori della natura e delle cose, che fissavano sui taccuini le mosse dell’animale, la luce contro un panno, le nuvole e le forme delle foglie.

Eppure, a differenza dei suoi colleghi, Dürer cominciò a interessarsi a questo mondo solo a partire dai trent’anni ovvero poco prima della partenza per il suo viaggio in Italia.

La sua attività di osservazione si inserisce nel solco veneto e lombardo di Pisanello e Giovannino de’ Grassi che a loro volta si riverserà nel filone fiammingo e tedesco. Un continuo ribaltamento di punti di vista, di risposte e di rimandi che vede la scuola italiana dialogare con uno sguardo europeo. Dürer non era il classico umanista e intellettuale, non conosceva le lettere antiche o i trattati dei filosofi.

Il mondo della natura lo studiava attraverso l’intuito e la curiosità. Infatti il suo atteggiamento è più simile a quello di Leonardo da Vinci, uno spirito indagatore che sa ascoltare e vedere le piccole cose. E così, proprio dopo l’anno 1500, i fogli dei suoi taccuini si popolano di studi che possono essere definiti “scientifici”. Il più noto di questi studi è certamente il “leprotto”, firmato e datato 1502, e conservato presso l’Albertina Museum di Vienna.

Come per gli altri disegni si tratta di un acquerello in cui si evidenzia un grado molto elevato di realismo. La pelliccia e il pelo dell’animale sono resi così “vivi” grazie alla grande maestria nell’uso della luce e delle tonalità di colore.

La fonte luminosa arriva da sinistra.

Non solo, ma nell’occhio della lepre è visibile addirittura il riflesso della finestra.

Queste componenti rendono l’opera più potente di uno studio scientifico perché si supera lo spirito asettico dello scienziato per cogliere pienamente quello passionato del curioso. Si tratta forse di un soggetto che Dürer aveva nel suo studio o che ha visto direttamente in natura?

Entrambe le ipotesi restano valide, forse quella finestra potrebbe essere un indizio che porta verso la prima. 

L’artista diventa così uno scienziato appassionato e curioso proprio nel momento storico in cui la scienza come disciplina entra sempre di più nell’arte e apporta nuovi cambiamenti al modo di guardare e comprendere le cose. Non a caso questo foglio di Dürer, più di altri, farà scuola perché lo si ritroverà in molti dipinti anche italiani.

Ad esempio nel cosiddetto “Presepio dei Conigli” del pittore veronese Girolamo dai Libri conservato presso il Museo di Castelvecchio di Verona. I modelli di un disegno già circolavano grazie all’arte della stampa che permetteva di moltiplicare una forma determinandone così la sua fortuna. Il Cinquecento infatti è il secolo in cui viaggiano le idee, arrivano in altre città e nelle botteghe degli artisti. 

DA QUI POTETE ACCEDERE ALLE OPERE DI DÜRER CONSERVATE AL MUSEO ALBERTINA DI VIENNA

Zoom. Segni particolari

Gli animali di Ligabue. Amore, gesti e imitazione

Di Antonio Ligabue potete leggere libri e riflessioni critiche, giudizi estetici e psicologici. Il vero fatto è che la sua arte va ascoltata, guardata da vicino e prima ancora ne va conosciuta la vita che l’ha prodotta. Dovete partire da qui prima di addentrarvi nella sua pittura. Vi lascerò un link in fondo all’articolo che potete seguire. In questi casi occorre capire l’uomo ancora prima del pittore. 

Arriva a Gualtieri una prima volta il 9 agosto 1919. Gualtieri perché era il comune d’origine del padre Bonfiglio Laccabue. Nel settembre dello stesso anno scappa, viene fermato a Lodi, per essere ripreso e riportato a Gualtieri l’8 ottobre.

A questa data già disegnava. Per dieci anni sviluppa questa sua espressione sugli argini del Po tra golene, boschi e ripari di fortuna. Qui forse impara il diretto contatto con la natura, osserva gli animali, le loro pose, i momenti in cui si mostrano selvaggi e autentici. Ligabue ne imita i versi e instaura con loro un dialogo fatto di mugugni e di silenzi, intervallato da pause per disegnare poco alla volta.

Prima un segno, poi l’altro. E così a procedere con grande sforzo fino ad assumere proprio la posa di quegli animali che stava raffigurando. Ligabue si avvicina a loro per imitazione o forse meglio dire per “simpatia” ovvero per “lo stesso sentire”. Un sentire di corpo, gestuale e istintivo. Il pittore diventa così attore che non recita ma indossa i panni del tacchino, della volpe, del serpente e della tigre.

L’amore per la pittura va letto come amore per le cose del mondo. In effetti l’espressione coniata da Sgarbi “Il Van Gogh della Val Padana” trova molte verità. Entrambi erano artisti ai margini, non compresi ed entrambi con un immenso amore per la natura.  

Questa sua vicinanza agli animali la si ritrova anche durante l’infanzia. In una dichiarazione agli psichiatri svizzeri la matrigna affermava: “Antonio ha un buon carattere, non ha altro passatempo che di giocare con gli animali del cortile di casa”. 

Dopo la seconda guerra mondiale la sua fama però cresce. Vengono girati dei filmati su di lui che lo mostrano mentre si aggira tra le golene e le sponde del Po dove imita le pose e le smorfie degli animali palustri emettendo i loro stessi versi in un dialogo tanto incredibile quanto catartico.

Nel 1960 Pier Paolo Ruggerini gira il documentario “Il paese del sole a picco” in cui Ligabue interpreta se stesso che percorre le strade della Bassa con la sua amatissima moto Guzzi. Ligabue adorava il cinema e per lui non fu affatto una forzatura contro la sua apparente timidezza. 

Tutto questo sentire lo riportava anche nel quadro. La pittura assomiglia quasi ad un mosaico ellenistico. I corpi dei soggetti sono resi attraverso colori accesi e feroci.

Le pose non sono esagerate ma rappresentano il loro climax, il gesto più espressivo e libero, quasi a dimostrare il loro “essere animali”. Nella “Testa di tigre” sembra quasi di scorgere il volto di Ligabue mentre imita il verso del felino. Vi consiglio due gite fuori porta. A Ferrara per visitare la mostra presso il Palazzo dei Diamanti e a Gualtieri per vedere il luogo dove ha composto le sue opere e per visitare il Museo a lui dedicato.

Ligabue farà di Gualtieri la sua terra di appartenenza. Nelle sue opere, pitture e sculture, ritroverete tutto il linguaggio irriverente, espressivo e territoriale di chi ha saputo raccontare gli animali forse come nessun’altro.

QUI PER LEGGERE LA VITA DI LIGABUE

QUI PER LA MOSTRA AL PALAZZO DEI DIAMANTI (FE) – VISITABILE FINO AL 27 GIUGNO

VAI ALLA MOSTRA

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

Ecco gli indizi dell’opera di cui parleremo nella prossima newsletter. Questo sguardo è davvero emblematico perché vi rimanderà sicuramente subito alla soluzione. Forse dovrete pensarci un po’ di più sull’autore. O sull’autrice? Questo vale già come indizio. Il quadro è conservato al Musée du Chateau de Blois e si data al 1595.

Storie da sfogliare

Rinascimento solo bello e buono? No anche cattivo

Le grandi categorie dell’arte e della storia rischiano sempre di trarre in inganno e di farci pensare come se fossimo dentro in un sistema di scatole.

Dove finisce un periodo ne comincia un altro, dove termina uno stile subito ne arriva uno diverso, il Medioevo era un secolo buio, il Rinascimento il secolo della centralità dell’uomo. Ovviamente è un po’ più complesso. Bisogna abituarsi a tener conto dei passaggi, dei momenti di raccordo dove il prima e il dopo danno vita a forme né vecchie né ancora del tutto nuove.

Che cos’è il Medioevo se non una continua e ininterrotta trasfusione di conoscenze e di forme in un’epoca successiva che solo la storiografia moderna ha chiamato Rinascimento

Questo è il principio che dovete portare sempre con voi per cominciare a leggere il libro di Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo, edito da Bompiani nel 2016. Lee è un giovane ricercatore al Centro per lo Studio del Rinascimento dell’Università di Warwick.

Laureato a Edimburgo e Cambridge, ha insegnato poi nelle università di Oxford, del Lussemburgo e di Bergamo. Il suo saggio – in verità è un bel libro che si gusta per la freschezza dello stile e la ricchezza dei particolari – si muove tra i capolavori del Rinascimento italiano come il David di Michelangelo, la cupola del Brunelleschi, la Nascita di Venere di Botticelli, la Trinità di Masaccio.

Le vuole mostrare come, dietro l’eleganza e i luoghi comuni di questo periodo storico e artistico, ci siano in realtà tante contraddizioni. Dietro la creazione di quelle opere geniali ci sono storie di banchieri senza scrupoli, di pratiche politiche, cinismo, tensioni sociali e religiose e un po’ di depravazione. Così l’epoca della bellezza – che rimane tale – ci viene fatta osservare con occhi più realistici, curiosi e forse autentici

Tra (parentesi)

Una rubrica dedicata alle vostre curiosità

Inviateci le vostre domande e Simone vi risponderà nella prossima newsletter. Spesso tra parentesi o tra i riferimenti a margine ci sono le note più curiose e in pochi le vanno a vedere. Qui invece trovano spazio e trovate spazio voi e la vostra voglia di conoscere

Alla prossima uscita,

Simone Rega

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