Il tour virtuale di casa di Monet, Max Ernst, il dinamismo di Giacomo Balla e Meyer Schapiro

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

il tour virtuale di casa di Monet

ti racconto di Max Ernst

il dinamismo di Balla

Meyer Schapiro

Buona lettura 😉

Simone Rega

Dentro il museo. Conoscere a distanza 

Il lockdown ci ha forzatamente costretto per più di un mese all’interno delle nostre abitazioni limitando la regolare vita quotidiana. La risposta del mondo della cultura è stato forte e coeso realizzando su tutti i canali social contenuti per cancellare le distanze tra lo spettatore e l’arte. Così si sono moltiplicati i tour virtuali e, in modo compulsivo, nell’arco di una giornata si potevano visitare i musei più diversi del mondo cambiando città nel giro di pochi clic e senza nemmeno usare il passaporto. 

Questo ha provocato una fortissima produzione di cultura gratuita. I contenuti, messi a disposizione di tutti, hanno reso l’azione ancora più democratica. L’arte, il mezzo, il fruitore. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Siamo sicuri che Benjamin avrebbe scritto così. L’arte si è moltiplicata, l’opera si è moltiplicata e offerta a noi milioni di volte. 

A distanza di mesi l’ondata di moltiplicazione sembra essersi arrestata ma certamente quel periodo non va dimenticato così come le risposte date dal mondo culturale. Quei contenuti hanno davvero creato la voglia di andare a visitare poi realmente quelle città e quei musei?

La vera domanda è: il virtuale aiuta e ha aiutato il reale? La provocazione è forte e segue la prossima domanda: quanti dei contenuti virtuali visti durante il lockdown avete visto dal vero dopo il mese di maggio? Quanti invece vorreste vedere a breve? Intanto ci pensiamo noi a darvi un altro spunto portandovi all’interno della casa di Monet a Giverny. 

DA QUI POTETE ACCEDERE AL TOUR VIRTUALE  E SCOPRIRE LA CASA DI MONET

Ti racconto. Storie dall’arte

Pittore e scultore tedesco ma naturalizzato francese. Max Ernst è stato uno dei maggiori esponenti del movimento Surrealista e viene ricordato inoltre per aver inaugurato la strada artistica del frottage e del grottage

Ernst già nel 1912 fonda il gruppo “Das Junge Rheinland” ed espone per la prima volta a Colonia. Qui conosce il pittore Hans Arp con il quale stringerà un’amicizia che durerà fino alla fine della sua vita. Anche durante la prima guerra mondiale, per cui si arruola e partecipa come militare, riesce a dedicarsi all’arte e ad esporre a Parigi presso la galleria Der Sturm.

Ma sarà nel suo secondo viaggio parigino che Ernst si farà apprezzare entrando così nel novero dei pittori surrealisti già nei primissimi anni venti. Nel 1924 viene scritto da André Breton il Manifesto del Surrealismo. Dopo un viaggio in Oriente e un’esperienza diretta fatta sul suo pavimento in legno di casa nel 1926 realizza un ciclo di immagini dal titolo Histoire Naturelle. Così viene elaborato il frottage.

Si tratta di una tecnica di disegno e pittura basata sullo sfregamento di una superficie. Si sovrappone il supporto (carta o tela) ad una superficie irregolare che presenta dei rilievi come della pietra o del legno.

Utilizzando delle matite, gessetti o carboncini si strofina il supporto sulla superficie scelta lasciando affiorare i rilievi sottostanti. In questo modo, facendo leva sul principio dell’automatismo psichico, la tecnica permette di “lasciar parlare” la materia che, strofinata, fa emergere una texture fatta di segni casuali. Le figure che emergono si interpretano come figure dell’onirico che provengono dall’anima della materia. Il soggetto predominante di Ernst è la foresta.

Dal pavimento di Ernst emergono così piante, uccelli, strani esseri somiglianti a fossili, foglie e figure di un mondo onirico e lunare. 

Zoom. Segni particolari

Questi gli indizi dell’opera che avevamo proposto nell’ultima newsletter: è un’opera italiana ma conservata al museo di Buffalo (Stati Uniti), ha la parola “dinamismo” nel titolo, datata 1912. Il cognome del pittore in questione richiama un “movimento”. Con questi indizi era davvero troppo facile.

Si tratta di “Dinamismo di un cane al guinzaglio” realizzata da Giacomo Balla. Dopo i trascorsi nel campo della musica e soprattutto della fotografia nel 1895 lascia la sua Torino per approdare a Roma dove rimarrà per il resto della sua vita. Qui si avvicina da pittore alla tecnica del Divisionismo diventandone promotore e maestro dei suoi futuri compagni del Futurismo tra cui Boccioni e Severini.

Sarà a partire dal 1911 che Balla si dedica alla pittura come movimento: la pittura diventa così lo strumento per fermare le linee veloci degli oggetti che si muovono. Il mondo in corsa viene fissato sulla carta e scomposto e frantumato nella sua infinita serie di linee che compongono il movimento. 

Così avviene anche per la corsa del cagnolino. Viene mostrato l’invisibile ad occhio nudo ovvero tutti i movimenti del soggetto come se fossero rallentati. Oppure, al contrario, Balla si richiama alla prima idea di cinema ovvero a “Horse in motion” di Eadweard Muybridge. Era il 15 giugno 1878. Tutti i movimenti del cavallo vengono fotografati, fissati e poi composti fino al formare il cavallo in corsa.

In fondo Balla applica i principi scientifici del campo di forza e dei campi elettromagnetici che avvolgono ogni soggetto ed oggetto. La scoperta della produzione di campi magnetici prodotti dalla corrente elettrica era avvenuta nel 1820 ad opera di Ørsted. A partire dal 1916, in seguito alla morte di Boccioni, Balla prosegue la direzione futurista e firmerà le sue opere con lo pseudonimo di FuturBalla. 

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

ha a che fare con un pasto della giornata, all’epoca ha fatto scandalo, l’opera venne iniziata nei Paesi Bassi. 

Storie da sfogliare

C’è sempre un buon motivo per leggere un libro sull’Impressionismo. Una tra le correnti oggi più amate e più utilizzate per mostre e merchandising di vario genere. Eppure all’inizio i quadri impressionisti non furono amati così come il gruppo che ne faceva parte. Si usciva dall’Ottocento dei moti, di rivolte e di sangue. Questi pittori hanno avuto il coraggio di non denunciare, di dialogare con la natura, di uscire dallo studio e di fermare un’impressione. La luce diventa il nuovo vetrino del chimico attraverso cui vedere il mondo. Abbagliante, sfumato, bruciato, dai contorni sfumati e per questo così lontano dal verismo precedente che denunciava la realtà. 

Il libro di Meyer Schapiro è lo stagno di Monet, bisogna tuffarsi dentro e basta, guardarlo da così vicino fino a bagnarsi di luce e di ninfee. Analizza le origini del movimento partendo dalla funzione dell’osservare e dal ruolo dell’osservatore. Vi porta poi dentro i luoghi impressionisti: le scogliere, le piazze parigine, la natura, i giardini, la città, la ferrovia, la folla. Non è un libro-catalogo quanto piuttosto la spiegazione del gomitolo che tiene insieme tanti fili diversi: la scienza, la letteratura, la storia. Basta citare qualche nome per muovere un immaginario a noi noto: Monet, Manet, Pissarro, Degas, Bazille, Renoir, Sisley.

L’Impressionismo affascina eppure ha in sé una contraddizione o meglio la sua stessa fine. Quei pittori che volevano uscire e vedere la natura sono gli stessi che poi ci andranno talmente vicino al punto di non vederla più.

C’è quell’effetto di “non messa a fuoco” che sfalda i contorni, le forme e la riconoscibilità del soggetto. Provate ad avvicinarvi ad un quadro impressionista: da molto vicino un punto qualsiasi rappresenta un insieme materico di pennellate. Solo allontanandosi queste si ritrovano nella retina a formare la figura. Ma non è il divisionismo di Serat. Monet supera anche questo principio e supera l’Impressionismo stesso.

Negli ultimi anni, causa anche un problema di cataratta bilaterale, Monet nello stagno di Giverny ci è proprio caduto dentro. ll cristallino perde la trasparenza e la vista si riduce. Le ninfee sono ormai esseri amorfi, anomalie e si fa fatica a chiamare “stagno” o “ninfea” quello che si vede. L’ultimo Impressionismo supera anche la riconoscibilità e il figurativismo.

L’Impressionismo lascia il campo all’astratto. 

Alla prossima uscita,

Simone Rega

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