Il progetto museale di Gent, Boldini, la Pala Brera e Manet

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

Chi sono i nuovi curatori delle mostre?

Bologna, Boldini e lo spirito della Belle Epoque

L’opera d’arte perfetta esiste? Sì, la Pala Brera

Manet, Victorine e una relazione a luci “rosse”

…e altro (tra parentesi)

Buona lettura,

Simone Rega 😉

Dentro il museo. Conoscere a distanza

Nuovi (piccoli) curatori cercasi. Il progetto del Museo di Gent 

Verrebbe troppo facile dire “essere curatori è un gioco da bambini” ma in Belgio hanno preso alla lettera questa frase e l’hanno trasformata in un progetto museale.

L’idea è venuta al direttore artistico Philippe Van Cauteren del Museo S.M.A.C.K. ovvero Stedelijk Museum voor Actuele Kunst. 

La mostra, attualmente ancora in corso, è stata organizzata dai ragazzi e dalle ragazze fra i tredici e i sedici anni che sono stati invitati a selezionare e a collocare negli spazi del museo cento opere di arte contemporanea. Il progetto è partito un anno fa quando il Museo ha deciso di pubblicare un catalogo dedicato ai fruitori più giovani.

Il libro era il frutto di un dialogo aperto con loro per selezionare 150 opere tra le più significative.

Il progetto è stato ripreso e allargato fino a portarlo alla sua realizzazione concreta coinvolgendo fino a quattrocento ragazzi e ragazze.

Ognuno dei giovanissimi curatori è stato chiamato a scegliere una o più opere della collezione e immaginarla in uno spazio del museo. 

La dimensione ludica e dell’imparare “sul campo” sono state avvantaggiate proprio dal contesto dell’arte contemporanea che lascia maggiore libertà interpretativa e forse minori timori reverenziali nei confronti dell’Arte.

Le opere sono state disposte negli spazi associando dipinti, video e sculture in base al colore e trovando relazioni ancora inesplorate. 

Questa azione, a mio avviso, non solo risulta rivoluzionaria ma determina una sensibilità inusitata – tutta europea – e un nuovo modo di coinvolgere la fascia dei più giovani che spesso non si sentono attratti dal museo perché visto solo come istituzione.

Un progetto da cui poter trarre un insegnamento concreto è necessario perché portare i giovani davanti ad un’opera d’arte porterà loro giovamento in termini di sensibilità estetica e di maggiore cura nei confronti del loro patrimonio.

Da qui potete accedere all’articolo

Ti racconto. Storie dall’arte

A Bologna una mostra su Boldini

Negli ultimi anni, per fortuna, la figura di Giovanni Boldini sta vivendo un momento di riscatto e di grande richiamo.

Mi ricordo di un’incredibile e curatissima mostra di due anni fa realizzata a Ferrara presso il Palazzo dei Diamanti.

Quella di Bologna non l’ho ancora vista ma le premesse sono ottime.

Potete visitarla presso Palazzo Albergati, un contenitore prezioso che solo quello vale il viaggio.

In realtà avete tempo fino al 13 marzo 2022 ma secondo me è un ottimo consiglio per riprendere confidenza con il rito di andare a vedere una mostra in una città d’arte. E poi quest’anno ricorrono i 90 anni dalla morte del pittore avvenuta a Parigi l’11 gennaio 1931.

Una carrellata di quasi un centinaio di opere che è sempre un piacere vedere perché dentro Boldini c’era già la modernità, il futuro, la moda e le mode le cui forme le trovate riprese ancora oggi. 

I temi proposti nella mostra sono i grandi classici di Boldini: il fascino femminile, gli abiti eleganti, fruscianti e sontuosi, la Belle Epoque e i salotti parigini. Lo sguardo nell’anima si sviluppa attraverso un arco narrativo cronologico e tematico.

Oltre alle opere di Boldini troveranno un confronto con il pittore ferrarese anche gli artisti a lui contemporanei come il veneziano Federico Zandomeneghi che infatti a Parigi veniva chiamato Zandò. 

Due note biografiche molto semplici che vi possono servire.

Boldini nasce a Ferrara il 31 dicembre dell’anno 1842, al civico 10 di via Voltapaletto, oggi l’attuale via Savonarola, in una casa ad angolo con via delle Vecchie. Comunque c’è affissa la targa e non potete sbagliare. 

Nel 1862 Zanin, come veniva affettuosamente chiamato, abbandona Ferrara e si trasferisce a Firenze. Dieci anni dopo decide di seguire il richiamo della capitale francese e va a Parigi diventando un’icona della pittura dei salotti, della moda e della donna parigina.

Si stabilisce al civico 12 dell’Avenue Frochet convivendo con Berthe, la sua prima modella francese.

Poi si spostò all’11 di Place Pigalle, proprio ai piedi della collina di Montmartre, il luogo perfetto per essere artisti in quell’esatto momento storico. Buona visita alla mostra.

Da qui potete accedere al sito del museo

Zoom. Segni particolari

La Pala Brera ovvero la perfezione

Gli indizi erano facilissimi e soprattutto uno vi doveva portare esattamente qui ovvero alla Pala Brera di Piero della Francesca conservata appunto presso la Pinacoteca Brera di Milano. 

Siamo nel 1472, nell’anno in cui muore l’architetto Leon Battista Alberti.

Cosa c’entra?

Tantissimo, perché la pittura di Piero assorbe la nettezza delle forme che l’Alberti aveva portato a Firenze e a Mantova. C’è da sapere che la pala, dipinta a tempera e ad olio, viene prelevata dall’altare maggiore della Chiesa di San Bernardino ad Urbino e trasferita a Milano nel 1811.

Erano gli anni di Napoleone, della nascita di Brera e delle spoliazioni delle opere d’arte. 

Non faremo qui la classica lettura da storici dell’arte ma alcune considerazioni di carattere stilistico vanno comunque fatte.

La Pala ha dimensioni notevoli e quasi mai viste per un’opera del genere: risulta la prima Sacra Conversazione sviluppata in verticale che diventa un modello per tutte quelle successive.

La Madonna in trono, oltre a rappresentare il punto centrale dell’opera, è il punto di fuga dell’intera composizione al cui centro convergono le linee prospettiche.

Il trono si trova collocato su di un prezioso tappeto anatolico, un particolare che strizza l’occhio ai dipinti fiamminghi del tempo. 

Oltre alla schiera di angeli e santi, sulla destra in basso è collocato il duca Federico, ovvero il committente, inginocchiato e in armi, che mostra un sentimento di pietà quasi filiale.

A fare da sfondo l’artista rappresenta un’abside all’antica con la presenza della conchiglia nella parte superiore e un susseguirsi di tarsie marmoree.

La struttura dell’arco di trionfo impostato su due pilastri è la stessa che l’Alberti utilizza per la facciata della Chiesa di Sant’Andrea a Mantova. 

L’opera punta tutto sulla verticalità: la conchiglia, l’uovo, il corallo al collo di Cristo rappresentano un asse verticale che porta dai simboli della nascita, alla morte fino alla resurrezione.

L’ovale della Vergine è collocato perfettamente in linea con l’uovo di struzzo che pende dal catino absidale.

C’è grande armonia e geometria nella composizione, lo spazio è misurabile e la luce, elemento vitale nella pittura di Piero, pervade ogni elemento facendolo brillare come un marmo antico e una pietra classica.

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

Ecco gli indizi dell’opera di cui parleremo nella prossima newsletter.

A volte basta davvero poco per riconoscere un’opera. In questo caso, ad esempio, non servirebbero nemmeno gli indizi.

Siamo poco dopo la metà del Seicento, nel cognome dell’artista ci sono tre “e” e il dipinto in questione si trova all’Aia.  

Storie da sfogliare 

Un romanzo a luci “rosse” ovvero Manet e Victorine

Un libro che vi farà voglia di andare o ritornare a Parigi.

Il romanzo vi porta negli anni sessanta dell’Ottocento e vi svelerà la storia tra Édouard Manet e Victorine Meurent che diventerà la sua musa. È lei infatti che darà il volto alle opere del pittore impressionista, dalla celebre Colazione sull’erba alla Olympia.

La cosa che si sa meno è che lei stessa diventerà pittrice.

La sua carriera inizia presto a 16 anni come modella per il fotografo Antoine Moulin, per i pittori Degas e Alfred Stevens, entrambi amici molto stretti di Manet.

All’epoca i contemporanei la chiamavano la crevette ovvero il gambero per via della sua statura minuta e per i capelli rossicci. Ecco perché Gibbon ha utilizzato il titolo “Rosso Parigi” per il suo romanzo. Manet, quando la conosce, era già sposato con Suzanne Leenhoff e aveva anche un figlio.

Lavora con Victorine come modella a partire dal 1860 e così ha avuto origine la loro relazione passionale ed erotica. 

Nel 1875 Victorine inizia a studiare con il ritrattista Étienne Leroy e l’anno seguente presenta il suo primo quadro al Salon per parteciparvi altre sei volte. Nel 1880, a tre anni dalla morte di Manet, viene ritratta anche da Toulouse-Lautrec che la ritrasse, anche lui, come Olympia. 

Buona lettura e fatemi sapere come avete trovate il romanzo. 

Tra (parentesi)

Una rubrica dedicata alle vostre curiosità

Inviateci le vostre domande e Simone vi risponderà nella prossima newsletter. Spesso tra parentesi o tra i riferimenti a margine ci sono le note più curiose e in pochi le vanno a vedere.

Qui invece trovano spazio e trovate spazio voi e la vostra voglia di conoscere.

Alla prossima uscita,

Simone 😉

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest
Condividi su whatsapp
WhatsApp

Una risposta

Rispondi

Leggi anche:
Ultimi Articoli

In qualità di Affiliato Amazon riceviamo un guadagno dagli acquisti idonei.