Il film maker francese, Giacomo Borlone de Buschis, Zoom su Manet, e Alexandra Lapierre

Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.
Simone Rega
Simone Rega
Appassionato d’arte dalla nascita, Simone è Storico dell'Arte, Operatore Culturale, Guida turistica e Blogger d’arte di Mantova.

In questo numero:

Il film maker francese e il suo cortometraggio sulla pandemia

Storie dell’arte su Giacomo Borlone de Buschis, il pittore per l’Oratorio dei Disciplini a Clusone

Zoom su Edouard Manet, l’artista dell’indovinello dello scorso numero

Leggi il nuovo indovinello.

I libri consigliati: Alexandra Lapierre e il suo concetto di passato

Buona lettura 😉

Simone Rega

Dentro il museo. Conoscere a distanza

Come gli artisti stanno creando in questo momento

La pandemia sembra non arrestarsi. In estate chi era ottimista e chi invece pessimista si ritrovano entrambi scontenti in questo autunno. Perché la situazione è pure peggiore. Si sta scivolando verso una china che ha il sapore di un ritorno a misure drastiche che certamente dovranno trovare un nuovo equilibrio con l’economia di tutti. Ma come sta reagendo il mondo culturale? 

Forse questo non è il contesto adatto per presentare un’analisi e né vogliamo farlo perché quelli che lo fanno bene ci sono già e non occorre aggiungere ovvietà. E allora vediamo come gli artisti stanno creando in questo momento. Una risposta la fornisce il film maker francese Nicolas Lichtle che realizza un cortometraggio animato che mescola tratti a matita e pastello, surrealismo e nostalgia strappandoci pure qualche sorriso. 

Così commenta l’autore di “A la fin”: “È un momento di introspezione, molto intimo, messo in scena attraverso la successione di piccoli attimi intrisi di poesia, assurdità, e talvolta surrealismo”. 

Voi cosa ne pensate? Guardate il cortometraggio e fateci sapere. 

DA QUI POTETE ACCEDERE AL VIDEO REALIZZATO DA NICOLAS LICTHLE

Ti racconto. Storie dall’arte

La danza macabra del pittore Giacomo Borlone de Buschis

Si è concluso da poco Novembre, mese particolare identificato anche come “mese dei morti”, soprattutto nell’iconografia medievale dove si praticava la Danza Macabra in cui uomini e donne ballano insieme a degli scheletri. Il soggetto ha un chiaro intento di memento mori e rispetto ad altre tematiche, come il Giudizio Universale, affronta la questione della morte in modo più “allegro” e ironico. La diffusione del tema ritornava in modo ciclico seguendo le ondate di peste, carestia e malattie. Si pensi infatti alla grande peste del 1348

Propongo la danza macabra del pittore Giacomo Borlone de Buschis per l’Oratorio dei Disciplini a Clusone (in provincia di Bergamo) e datato 1485. Per l’Oratorio lo stesso pittore realizza anche il Trionfo della Morte e la Vita di Gesù. 

Il termine “macabro” ha un’etimologia piuttosto oscura. Probabilmente si riferisce all’arabo mqbara che significa cimitero. Un’altra supposizione conduce verso il nome degli eroi biblici di quella guerra d’indipendenza fatta dai fratelli Maccabei, narrata nel Liber Macchabeorum. Un tempo, nella Messa dei defunti, si leggeva proprio l’episodio dell’offerta di denaro destinato ai sacrifici nell’intenzione di ricordare i morti in guerra. 

Nel 1424 a Parigi sulla parete esterna della chiesa degli Innocenti viene realizzato un dipinto ad affresco raffigurante la danza macabra. L’opera viene iniziata verso il mese di agosto e terminata per la Quaresima dell’anno successivo come riporta il Giornale di un Borghese di Parigi. La parete della chiesa fu demolita nel 1554. 

La rappresentazione della danza macabra, citando una poesia di Antonio de Curtis in arte Totò, funzionava come una livella che riguardava davvero tutti, dal re al mercante, dal cavaliere al mendicante. 

Zoom. Segni particolari

La colazione sull’erba di Edouard Manet

I tre indizi con cui ci siamo lasciati: ha a che fare con un pasto della giornata, all’epoca ha fatto scandalo, l’opera venne iniziata nei Paesi Bassi. Era troppo facile. Si tratta del capolavoro di Edouard Manet La colazione sull’erba conservato presso il Museo d’Orsay di Parigi. Eppure il dipinto ha un’origine più olandese e italiana che francese. Manet si trovava a L’Aia mentre stava dipingendo l’opera e qui ha la possibilità di vedere i capolavori dell’arte fiamminga tra cui Rembrandt. 

Perché italiana? Il progetto dell’opera si completa nell’agosto 1862 quando ad Argenteuil Manet vide alcune fanciulle che nuotavano nella Senna. Manet si ispirò dunque ad uno scenario realmente esistente – probabilmente l’île Saint-Ouen – ma l’impostazione compositiva rimanda ai maestri italiani del Rinascimento, nello specifico veneti. Si possono notare due riletture: i concerti campestri di Tiziano e le incisioni di Marcantonio Raimondi. Nel suo Giudizio di Paride (a sua volta ripreso da Raffaello) si vede proprio sulla destra una figura nella stessa posa della donna della colazione, guarda fuori dal dipinto. All’epoca l’opera venne considerata come un gesto di provocazione che andava contro il perbenismo borghese. Nel 1863 il Salon rifiutò la Colazione sull’erba ed altri lavori dei suoi colleghi pittori. Così Napoleone III istituì il cosiddetto “Salone dei Rifiutati” allestendo un’esposizione parallela a quella ufficiale. 

Torniamo al dipinto per una breve analisi. 

Due uomini e una donna stanno consumando la merenda all’aperto, in una radura costeggiata dalla Senna. I due signori sono vestiti con abiti moderni cittadini. Quello a sinistra è lo scultore Ferdinand Karel Leenhoff, futuro cognato dell’artista, mentre a destra è raffigurato semisdraiato uno dei due fratelli di Manet, Eugène o Gustave. La donna nuda, al centro della composizione, era la modella prediletta di Manet e probabilmente è appena salita dall’acqua dopo un bagno. Sulla sinistra oltre ai vestiti si trova apparecchiata la colazione forse già avvenuta. In alto, come vertice della scena, un’altra giovane ragazza, vestita con una camicia, intenta a bagnarsi i piedi. 

Ne consegue che l’opera è una celebrazione dei concetti dell’arte del passato: la prospettiva, il punto di fuga, la composizione, il rimando alle citazioni di artisti veneti del Rinascimento

L’opera fu rifiutata dai “tradizionalisti” eppure si tratta di uno dei dipinti più “di tradizione” che anticipa di circa dieci anni l’opera più rivoluzionaria che darà il nome al movimento dell’Impressionismo. Impression, soleil levant di Monet. Cambia solo una vocale, cambia tutto. 

Indovinello di questa settimana

I tre indizi per la prossima opera:

Il titolo riguarda un episodio e una data storica, parla spagnolo e anticipa di un anno la sconfitta di Waterloo

Storie da sfogliare 

Quando il passato racconta il presente

Ci sono libri che ti rimangono dentro per sempre perché hanno quella capacità di raccontare il passato eppure sembra proprio che ti stiano raccontando il presente. Artemisia di Alexandra Lapierre è uno di quei libri. La storia di una pittrice all’epoca di Caravaggio, la storia di una donna nell’Italia e nell’Europa del Seicento, la storia di un processo, una storia di violenza, di arte e di viaggi

La storia è centrale ma è la scrittura che vi saprà conquistare perché sa essere dolce e tagliente quando serve, a volte secca quasi da indagine poliziesca di fine Ottocento. In effetti ha quel sapore lì. Ogni capitolo è un viaggio in un luogo e in un tempo diverso. L’apparato di note è davvero notevole e ben curato. Sono un centinaio su un totale di cinquecento pagine. Non lo scrivo per essere un deterrente ma per segnalarvi un valore aggiunto di questo libro. E’ una storia di storie e se volete degli approfondimenti basta andare in fondo e conoscere tutto: storia, arte, luoghi, costume e società. 

Possedete un libro ma in realtà possedete una storia, una geografia e un mondo. Le prime pagine si aprono con due mappe su Roma. Una sui luoghi percorsi da Artemisia e l’altra sul quartiere degli artisti. Il prologo è così spiazzante da condurvi fuori strada se non conoscete in modo preciso la vita di Artemisia. Vi riporto le prime righe. 

La prua di una galera fende la nebbia del Tamigi. L’imbarcazione accosta pesantemente alla riva. Sul ponte, lugubri monaci cappuccini salmodiano il Canto per l’anima dei defunti. Vicino a loro, tra le fiammelle morenti di centinaia di ceri, troneggia velato dalla foschia un gigantesco catafalco nero. Una folla minacciosa è assiepata contro il parapetto dell’imbarcadero e lungo il tappeto su cui passerà il corteo funebre diretto a Somerset Hall, la dimora degli Stuart. Sorretto da sei guardie, il feretro imbocca la passerella. Ed ecco emergere dalla nebbia la figura solitaria ed eretta di una donna che avanza dietro la processione. L’ampio mantello la sottrae agli sguardi.   

Chi è morto? chi è la donna? Ovviamente non vi dico le risposte, le trovate solo leggendo il libro. 

Alla prossima uscita,

Simone Rega

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